
…e furono accusati Picasso e Apollinaire. Facciamo un passo indietro, e procediamo con ordine. Il colpo messo a segno al Louvre ieri mattina, con il rocambolesco furto dei gioielli della collezione di Napoleone, me ne ha ricordato un altro, avvenuto nello stesso museo oltre un secolo fa. Nel 1911, per la precisione. In quell’occasione, a essere rubato fu il più famoso quadro di Leonardo da Vinci: la Gioconda.
Nei giorni successivi, la polizia arrancava, e i sospetti finirono per addensarsi su due personaggi molto particolari: Pablo Picasso e Guillaume Apollinaire. I due appartenevano alla comunità di artisti che, negli anni della belle époque, gravitava intorno ai locali di Montmartre, la collina che domina Parigi. E non avevano ancora raggiunto la fama che avrebbero guadagnato negli anni successivi.
Nei primi anni del Novecento, Apollinaire, figlio illegittimo di una donna polacca e di un soldato italiano, aveva pubblicato alcune opere e fondato una rivista letteraria. Questa esperienza editoriale era stata di breve durata, ma gli aveva consentito di farsi apprezzare come critico d’arte e poeta. Lui e Picasso si conoscevano sin dall’arrivo del pittore spagnolo a Parigi e, frequentando gli stessi ambienti, erano diventati amici.
Nell’agosto del 1911 la Gioconda scomparve dal Louvre. Una volta scattato l’allarme, con un giorno di ritardo, dell’opera e del ladro non si era trovata nessuna traccia. Le autorità brancolavano nel buio, aspettando una richiesta di riscatto che, tuttavia, non era arrivata. E che non arrivò mai. A quel punto, Guillaume Apollinaire diventò il primo sospettato, a causa della sua amicizia con il belga Géry Pieret, che per alcuni anni lo aveva assistito come segreterio.
Pieret era un personaggio davvero singolare: estroverso, pieno di sé, amante del rischio. Tanto che qualche anno prima, nel 1907, aveva rubato delle antiche sculture iberiche dal Louvre, e le aveva subito rivendute a Picasso. E quest’ultimo, non curandosi troppo della loro provenienza, le aveva usate come modelli per le sue Demoiselles d’Avignon.
Pieret tornò a Parigi proprio nel periodo del furto della Gioconda e non riuscì a resistere alla tentazione di scrivere una lettera a un quotidiano, con l’obiettivo di vendere altri manufatti rubati al più grande museo parigino negli anni precedenti. La polizia stabilì rapidamente un nesso tra quel trafugatore seriale e la recente scomparsa della Gioconda. E sospettò che proprio Apollinaire potesse essere a capo di una banda di ladri di opere d’arte. A quel punto, Pieret lasciò la città in fretta e furia, mentre Picasso e Apollinaire, presi dal panico, tentarono di uscirne indenni restituendo le statue iberiche.
Purtroppo per loro, le cose andarono diversamente. Apollinaire finì in carcere, e cercò di discolparsi chiamando in causa Picasso. Quest’ultimo fu fermato e interrogato, e se la cavò negando tutto – persino di conoscere Apollinaire. Il poeta trascorse diversi giorni in carcere, prima di essere rilasciato per mancanza di prove. Nonostante tutto, la sua amicizia con Picasso sopravvisse.
Il vero ladro della Gioconda era stato l’italiano Vincenzo Peruggia, che aveva lavorato al Louvre come decoratore. La dinamica del furto, commesso forse per motivi patriottici, sembra uscita da un romanzo, o da sceneggiatura. Peruggia si nascose all’interno del Museo per restarvi oltre l’orario di chiusura. Una volta rimasto solo, staccò il quadro dalla parete e si sbarazzò di cornice e vetro gettandoli ai piedi di una scala. Poi forzò una porta con un coltellino e portò la Gioconda all’esterno nascondendola nella giacca. Una volta in strada, se ne tornò a casa con il celebre dipinto addosso, senza che nessuno se ne accorgesse.
Peruggia conservò la refurtiva nella sua abitazione per due anni, tenendola nascosta in uno scomparto realizzato appositamente sotto al tavolo della sua abitazione. La polizia giunse a scoprire la verità e a recuperare il quadro solo quando, nel 1913, il decoratore tentò di disfarsene, vendendolo a un collezionista d’arte fiorentino. Peruggia fu condannato da un tribunale italiano a un breve periodo di reclusione, mentre l’opera venne esposta a Roma e Firenze, prima di fare ritorno al Louvre, dove si trova ancora oggi.
Nel tempo, questo furto romanzesco ha contribuito a cementare la fama della Gioconda, rendendola una delle opere d’arte più conosciute del mondo.