
Uno dei momenti più intensi della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024 è coinciso con l’esibizione del gruppo heavy metal Gojira sulle torri della Conciergerie. Lo ricordate? Ad un tratto, l’inquadratura ha zoommato su una figura femminile in un appariscente abito rosso, decapitata e con la testa in mano. Occupava una delle finestre del palazzo e la sua testa, pettinata secondo la moda di fine Settecento, ha iniziato a cantare con voce da soprano. Mentre la telecamera allargava l’inquadratura, a questa prima figura senza testa si sono aggiunte, su tutte le altre finestre, delle figure identiche. Il riferimento era chiaro: la regina Maria Antonietta, che proprio in quel palazzo è stata tenuta prigioniera, prima di essere ghigliottinata nell’ottobre del 1793. Non a caso, ad essere cantata, in quel momento, era una versione rivisitata di un inno degli anni della Rivoluzione.
Quel particolare frammento della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi mi è tornato in mente quando, di recente, ho visitato la Reggia di Versailles, vicino a Parigi. L’ultima residenza di Maria Antonietta e di suo marito, Luigi XVI. Lo sfavillante e sfarzoso palazzo-città voluto dal Re Sole, Luigi XIV, per rendere visibile a tutti il proprio potere. Ma anche per “imprigionare” e controllare l’aristocrazia di corte, fin troppo incline a complotti e tradimenti.
Ebbene, durante e dopo la visita mi ha molto colpita la quantità di richiami e riferimenti proprio a Maria Antonietta. L’arciduchessa arrivata da Vienna non ancora quindicenne, che i suoi sudditi hanno sempre percepito come un corpo estraneo. La straniera. L’austriaca. Impossibile da accettare, figuriamoci da amare. Nei venti anni in cui è stata prima delfina e poi regina di Francia, aneddoti, pettegolezzi e dicerie le hanno attribuito il ruolo di “cattiva” della storia. A cominciare da quel “mangino brioche” che non ha mai pronunciato, fino ad arrivare allo scandalo della collana, che l’ha travolta nonostante non vi avesse avuto alcun ruolo.
Insomma, il rapporto tra Maria Antonietta e la Francia non è stato felice. Complice una perdurante crisi politica ed economica, con una monarchia spendacciona, percepita come sempre più lontana e del tutto incapace di adattarsi e di evolvere. In un contesto già compromesso, la regina straniera, giovane e frivola, è stata una capro espiatorio perfetto. Eppure, oltre due secoli dopo, per un curioso scherzo del destino, proprio lei è diventata uno dei volti più noti e riconoscibili della storia francese. Un simbolo da esibire durate una cerimonia in mondovisione, e persino da sfruttare a fini commerciali.

Non a caso, gran parte del merchandising che si vende (a carissimo prezzo, eh) nei negozi di souvenir della reggia di Versailles porta il suo nome o parla di lei. Dalle spille ai saponi, dai libri ai ventagli, dalle t-shirt alle caramelle, passando per puzzle e grembiuli da cucina: Maria Antonietta è ovunque. Un’onnipresenza che fa ombra persino al Re Sole.
Perché questo enorme successo postumo? Tra intrighi e potere, moglie e amanti, Versailles e la monarchia francese sono piene di storie e personaggi da poter sfruttare a fini commerciali. E invece, l’attenzione resta puntata su Maria Antonietta, con buona pace di Robespierre e degli altri rivoluzionari. E il motivo non può risiedere solo nella sua fine tragica. Anche Luigi XVI è morto ghigliottinato, per dire, eppure non si vendono cioccolatini ispirati a lui. E nessuna band heavy metal ha usato la sua immagine in una performance in mondovisione.
Appena qualche giorno fa, leggevo di una mostra su Maria Antonietta inaugurata dall’altra parte del mondo, in Giappone. E di una studiosa che, in quel contesto, ha definito l’ultima regina dell’ancien régime “la prima influencer del mondo della moda”. Buffo, no? E tuttavia, proprio in queste parole c’è una possibile chiave di lettura. Non solo negli studi storici e in quelli di costume, ma anche in romanzi, film e serie televisive, la figura di Maria Antonietta è stata progressivamente recuperata e riabilitata. Non solo. È stata reinterpretata, quasi reinventata, assecondando lo spirito del nostro tempo, molto lontano dal suo. E così, l’attenzione si è focalizzata non tanto sulla regina detestata dal suo popolo, quanto sull’adolescente acerba che si è trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato, circondata da persone sbagliate.
È proprio questo il ritratto di Maria Antonietta che traspare dal manga Le rose di Versailles, su cui si basa la serie animata Lady Oscar, tanto cara a noi millennial. Manga che, a sua volta, trae ispirazione dalla biografia della regina pubblicata nel 1932 dallo scrittore austriaco Stefan Zweig. Ed è così che l’ha raccontata anche Sofia Coppola in un bel film di venti anni fa. Una giovane donna come tante, che forse avrebbe potuto dare e fare di più, se le condizioni glielo avessero permesso. E che, in assenza di alternative, si è concentrata sugli unici interessi che le erano consentiti: i suoi figli, i suoi svaghi, i suoi abiti, le sue pettinature e le sue rose.
Insomma, passo dopo passo, tra un film e un romanzo, Maria Antonietta si è trasformata in una specie di icona. Un simbolo di eleganza senza tempo, conosciuto in tutto il mondo. Un personaggio sublimato che incuriosisce e affascina, e la cui aderenza alla realtà storica non ha più troppa importanza. Di certo, non per i turisti che affollano Versailles e che, stanchi e accaldati, acquistano souvenir contrassegnati dal suo volto e dal suo nome. D’altra parte, l’appropriazione di un personaggio storico, così come di un artista o di un personaggio letterario, da parte di gruppi o singoli di epoche successive è un fenomeno ricorrente. Ed è, per certi versi, inevitabile.
E tuttavia, ricordo molto bene che, quando ho visitato Versailles per la prima volta, negli anni Novanta, il numero di turisti che ho incrociato era sentibilmente inferiore a quello di oggi, così come inferiore era la quantità di gadget recanti l’effigie della regina. Evidentemente, il processo di trasformazione di Maria Antonietta in una specie di influencer ante litteram era, allora, ancora nelle sue fasi iniziali, e non aveva raggiunto le proporzioni odierne.
Chissà se la regina sarebbe felice di questa popolarità postuma. O se inorridirebbe, lei – sovrana e figlia di un’imperatrice – nel vedersi associata a cioccolatini, biscotti e a vari oggetti di uso comune. Peccato non poterlo sapere.