Casco d’oro e gli apache: cronaca nera nella Parigi della Belle Époque

Giardino Casco d'oro, Parigi, mappa

Inaugurato nel 2007, il giardino pubblico Casque d’Or (“Casco d’Oro”) è un angolo di verde situato nel XX arrondissement di Parigi, a nord-est del centro. A metà strada, più o meno, tra lo snodo di Place de la Nation e il cimitero del Père-Lachaise. La denominazione di questo piccolo parco può sembrare curiosa, ma non è affatto casuale. Il riferimento, infatti, è a una giovane vissuta nel quartiere e assurta agli onori della cronaca negli anni della Belle Époque. La donna in questione si chiamava Amélie Élie (1878-1933) e Casque d’Or, Casco d’oro, è il soprannome affibbiatole dai giornali nei primi anni del Novecento.

Sul finire del XIX secolo, Belleville, Charonne e Ménilmontant, i quartieri entro i quali è racchiusa la storia di Casco d’Oro, sono zone umili e marginali. E sono così malandate che l’aspettativa di vita dei bambini che vi nascono è tra le più basse della città, e una ragazza su dieci finisce per prostituirsi. Si tratta di aree abitate soprattutto da operai e piccoli artigiani, afflitte dalle scorrerie dei cosiddetti apache.

È questo il nome con cui, a partire dal 1900, i cronisti parigini indicano le bande di teppisti che imperversano nei quartieri periferici, spesso ricattandone e vessandone gli abitanti, oltre che scontrandosi tra loro. Un riferimento diretto al Far West americano, a indicare un mondo senza regole, dominato dalla violenza. E tuttavia, la denominazione è rivelatrice anche di qualcos’altro: la tendenza al sensazionalismo diffusa nella stampa dell’epoca, che enfatizza gli episodi di violenza e brutalità, forgiando miti e leggende metropolitane. Proprio come accade con la famigerata Casco d’Oro.

Ma procediamo con ordine. Amélie Élie nasce e cresce in un contesto povero e degradato, al punto da finire sulla strada ad appena tredici anni. Alcuni anni più tardi, dopo varie sgradevoli vicissitudini, conosce Manda, al secolo Joseph Pleigneur, un capobanda apache poco più che ventenne. I due vivono una storia turbolenta, fatta di separazioni e ritorni di fiamma, segnata dalla gelosia e dai continui tradimenti di lui. Una relazione tossica, la definiremmo oggi.

Qualche tempo dopo la rottura con Manda, la strada di Amélie Élie si incrocia con quella di un altro giovane teppista, Dominique Francois Eugéne Lecac, meglio noto con il soprannome di Leca. Tra i due si instaura un legame, e Amélie Élie sembra aver trovato, finalmente, un po’ di stabilità. Tuttavia, l’idillio è di breve durata. Manda vede nella nuova relazione della sua ex fidanzata una sorta di affronto personale e dichiara guerra al rivale. Le ostilità cominciano con un’aggressione armata ai danni di Leca, a cui seguono altri scontri e violenze, non solo tra i due uomini, ma anche tra i diversi membri delle rispettive bande. Ad un certo punto, Leca finisce in ospedale ma, interrogato dalla polizia, non fa nomi. Il codice di comportamento degli apache prescrive un silenzio omertoso, non solo per quanto riguarda i propri alleati, ma anche per quanto concerne i nemici.

In ogni caso, la rivalità violenta tra i due uomini va avanti per settimane e crea disordini e scompiglio tra le strade di Belleville e Ménilmontant, richiamando l’attenzione delle autorità e dei giornali. I cronisti si concentrano soprattutto sulla figura di Amélie Élie, l’amante contesa. La soprannominano “Casco d’Oro”, per via dei capelli biondi, e la descrivono come una donna affascinante e manipolatrice. Una sorta di Venere plebea, che avrebbe sedotto e accecato i due giovani e impetuosi capibanda.

Il triangolo Manda-Leca-Casco d’Oro, con la sua passionalità sanguinolenta, diventa popolare tra i lettori. E così, quando la polizia arresta i due uomini e Casco d’Oro si ritrova a testimoniare al processo, l’attenzione della stampa e dei parigini è tutta per lei. Siamo nel 1902. Il procedimento giudiziario si conclude con la condanna sia di Manda che di Leca: il primo ai lavori forzati a vita, il secondo a otto anni di colonia penale. Il pronunciamento del giudice pone fine alla vicenda, spegnendo l’interesse del pubblico nei suoi confronti. Anche Casco d’Oro viene dimenticata, e il suo nome scompare dai giornali.

La sua storia torna in auge cinquant’anni più tardi, quando Jacques Becker gira un film dal titolo Casque d’Or, con Simone Signoret a vestire i panni della protagonista. A dire il vero, la pellicola è solo vagamente ispirata alle vicende reali di Leca, Manda e Amélie Élie. E tuttavia ricostruisce sia l’atmosfera popolana e operaia di inizio Novecento, sia il sottobosco criminale in cui si muovevano i giovani apache. Il film è determinante nel dare nuova linfa al mito di Casco d’Oro. La presenta come una donna forte, indipendente e passionale, segnata da un destino tragico. Uno spirito libero, insomma, che ha dovuto fare i conti con la brutalità e le prevaricazioni del contesto in cui si è trovata a vivere.

Al di là della finzione cinematografica, che cosa ne è stato della vera Casco d’Oro dopo i fatti del 1902? Quando i suoi “quindici minuti” di celebrità sono ormai un ricordo lontanissimo, Amélie Élie sposa un calzolaio. E per qualche tempo gestisce insieme a lui una piccola attività. Nel 1925 un giornalista desideroso di conoscere il destino della donna che, due decenni prima, aveva animato le cronache parigine, la rintraccia. E scopre che gestisce tre bordelli nel cuore del Marais, nel IV arrondissement, contribuendo così a mantenere la sua famiglia.

Malata di tubercolosi e dimenticata dai più, Amélie Élie morirà qualche anno più tardi, nel 1933. Un finale in sordina per una donna diventata, suo malgrado e per una manciata di settimane, un personaggio pubblico.